LA COPIE A DÉVORÉ L’ORIGINAL

IL DUPE SI È MANGIATO L’ORIGINALE

Per anni l’industria della profumeria ha considerato i dupe come l’ombra un po’ imbarazzante dell’originale: più economici, derivativi, culturalmente inferiori.

Questa distinzione era comoda finché l’originale restava indiscutibilmente più desiderabile. Oggi è molto più difficile sostenerla.

Milioni di consumatori cercano apertamente “qualcosa che profumi come” una fragranza famosa. Intere aziende si basano su un principio semplice: individuare l’effetto olfattivo più riconoscibile di un profumo costoso, riprodurlo e venderlo a una frazione del prezzo.

E quasi nessuno se ne vergogna. Al contrario.

Trovare un buon dupe è diventato una piccola vittoria del consumatore: perché pagare 250 euro se posso ottenere il 90% dell’effetto con 35?

Il lusso risponde generalmente con parole come savoir-faire, qualità, heritage ed esclusività.

Tutto vero, ma nessuna di queste parole risponde completamente alla domanda scomoda:

se l’esperienza di un profumo può essere ridotta a pochi segnali olfattivi immediatamente riconoscibili, per che cosa stiamo pagando esattamente gli altri 215 euro?

La risposta è complessa, perché un profumo non è mai stato soltanto un liquido dentro una bottiglia.

Paghiamo le materie prime. Il lavoro del profumiere. Le prove fallite. Lo sviluppo. La regolamentazione. Il packaging. La logistica. La distribuzione.

Ma il lusso vende anche qualcosa che non può essere misurato dentro una formula.

Autorialità. Rischio. Cultura. Un punto di vista. Un universo.

Il problema comincia quando quell’universo diventa più originale del profumo. O quando il profumo stesso diventa completamente prevedibile.

Da anni l’industria costruisce formule olfattive vincenti e poi le ripete. Una combinazione funziona e improvvisamente arrivano decine di lanci con la stessa architettura. Una nota diventa di tendenza e poi obbligatoria. Un accordo dimostra di funzionare commercialmente e invade il mercato.

A un certo punto il consumatore impara il codice. Non sente più necessariamente una composizione intera. Riconosce segnali.

Ambra dolce. Muschi. Vaniglia. Legni. Frutta. Rosa. Qualcosa di “clean”. Qualcosa di “dark”.

Quando il profumo diventa una serie di codici riconoscibili, copiarlo diventa inevitabilmente più semplice. Un produttore di dupe non ha bisogno di ricostruire l’intera intenzione artistica.

Deve soltanto riprodurre abbastanza segnali perché il cervello del consumatore dica: sì, è quello. Ed è qui che l’indignazione morale verso i dupe diventa leggermente scomoda.

La proprietà intellettuale conta. Il lavoro creativo merita protezione.

Ed esiste ovviamente una differenza tra ispirarsi a un genere e copiare in modo parassitario l’identità di un marchio.

Ma l’economia dei dupe rivela anche qualcosa che l’industria del lusso preferirebbe non osservare.

L’omologazione esisteva già.

Il dupe non ha inventato la profumeria formulaica.

Ha semplicemente tolto la bottiglia costosa.

Ed è precisamente qui che la profumeria di nicchia dovrebbe prestare attenzione.

Per giustificare un prezzo elevato non basta più dire “utilizziamo materie migliori”. Il consumatore non può sempre percepire il costo di una materia, e il costo non garantisce mai la bellezza.

La vera difesa contro la copia è la difficoltà.

Un profumo dovrebbe essere difficile da ridurre.

Dovrebbe contenere tensioni, contraddizioni, proporzioni insolite, strutture strane — qualcosa che non possa essere riassunto con “assomiglia a X”.

Una fragranza realmente originale è più difficile da copiare perché la sua identità non dipende da un unico accordo evidente.

Vive nelle relazioni, tra le materie, tra aspettativa e sorpresa, tra bellezza e disagio. Forse è questa la lezione nascosta dietro la crescita dei dupe.

Per decenni il lusso ci ha insegnato che il valore viveva nel flacone, nel nome, nell’immagine e nel prezzo.

Poi è arrivata l’industria dei dupe con una domanda brutalmente semplice:

E se tenessimo soltanto l’odore?

Se l’originale crolla davanti a questa domanda, forse il problema non è soltanto la copia.

Forse il vero scent crime consiste nell’aver reso gli originali così prevedibili da renderli facili da copiare.