Prima che il matcha diventasse una preferenza, un’abitudine wellness o un accessorio lifestyle dai contorni rassicuranti, era un rituale. Una forma di magia.
Nel Giappone medievale, il tè veniva offerto ai Buddha e alle divinità locali. In alcuni rituali buddhisti esoterici poteva essere offerto anche alla stella spirituale, come parte del rito delle Sette Stelle del Grande Carro. Lo stesso gesto poteva onorare la propria stella natale. Il tè diventava così un indirizzo, un gesto rivolto verso l’alto — una ciotola posta tra il corpo e l’invisibile. È questo che rende il matcha più strano di quanto sembri.
Nel Giappone del X secolo, quando il monaco buddhista Zenki perse sua madre, ne scolpì un’immagine e le fece offerte di tè. Il tè poteva essere posto davanti a qualcuno che non c’era più, così come poteva essere posto davanti a una divinità o a una stella. Una ciotola diventava un modo per mantenere una relazione oltre un confine che non poteva essere attraversato in altro modo.
È per questo che il matcha si presta così perfettamente al rituale. La sua preparazione richiede già una sequenza di gesti: misurare, setacciare, aggiungere acqua, frustare finché la polvere non scompare al suo interno. La materia cambia forma davanti agli occhi e poi scompare completamente nella persona che la beve.
Il tè in infusione lascia le foglie. Il caffè lascia i fondi. Il vino può lasciare un sedimento. Il matcha non lascia quasi nulla. C’è qualcosa di perfettamente sbagliato in questo.

